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(it) Italy, UCADI, #206 - La guerra e i nuovi equilibri geopolitici (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 11 Apr 2026 10:32:06 +0300
La guerra scatenata dalla coalizione Epstein contro l'Iran può finire in
tre modi: con il ricorso degli Stati Uniti al lancio di un'atomica
tattica; con una ritirata ignominiosa dal conflitto degli aggressori,
affiancata da una dichiarazione unilaterale di vittoria da parte di USA
e di Israele; con una tregua concordata tra le parti e un cessate il
fuoco, eventualmente mediata da soggetti terzi. Provando ad esaminare le
suddette ipotesi proviamo ad ipotizzare i possibili scenari futuri che
ne derivano. ---- Nella prima malaugurata ipotesi di ricorso all'arma
atomica, meno improbabile che mai oggi che il fine dichiarato dei
sostenitori dell'operazione voluta da Trump e da Netanyahu è quello di
avvicinare l'avvento dell'Armageddon, soddisfacendo l'ala più estremista
dei neocom.
Si ricorrerebbe probabilmente all'utilizzo di una atomica tattica che
dovrebbe bastare a fare da elemento di dissuasione nei confronti degli
iraniani, in modo da indurli alla resa. Se solo andiamo con la memoria
all'utilizzo delle bombe atomiche ad Hiroshima e Nagasaki, vediamo che
gli Stati Uniti non sono estranei all'uso di questa logica che
giustificano con l'intento di impedire vittime statunitensi e al tempo
stesso porre fine al conflitto (ragioni al tempo utilizzate per
costringere il Giappone alla resa). Tutto dipende da quanto siano
potenti e decise le forze che sostengono Trump nella sua azione e dalla
capacità di condizionarlo utilizzando gli elementi di ricatto
presumibilmente nelle mani di Netanyahu nei confronti del Presidente
statunitense e dalle implicazioni che questa decisione avrebbe rispetto
alla consistenza del suo patrimonio e alla soddisfazione del suo ego.
Sembra del tutto improbabile confidare in un sussulto di dignità del
Senato e/o della Camera degli Stati Uniti e dei suoi organi
costituzionali con il quale si riesca a reagire e a mettere sotto
controllo l'azione del Presidente. Se la malaugurata ipotesi del ricorso
all'arma nucleare si verificasse è del tutto improbabile che il lancio
dell'ordigno verrebbe preannunciato e naturalmente ciò impedirebbe a
Russia e Cina di porre un freno all'azione statunitense. L'Olocausto
nucleare scatenato sull'Iran, tuttavia, non porrebbe fine alla guerra,
ma incendierebbe ulteriormente il Medio Oriente e probabilmente non solo
quest'area del pianeta, provocando l'innesco di un conflitto nucleare
mondiale. In questa ipotesi ogni altra considerazione è superflua.
La vittoria unilaterale proclamata
Ricorrendo a una retorica che gli è familiare, il Presidente degli Stati
Uniti potrebbe dichiarare vinto il confronto e raggiunti gli obiettivi
del conflitto, peraltro mai dichiarati e perciò ipotizzabili alla
bisogna come conseguiti. Parlando letteralmente fuori dal vaso, Trump ha
identificato come causa del conflitto una gamma molto larga di
motivazioni: quella di impedire che l'Iran si dotasse dell'arma atomica,
obiettivo peraltro dichiarato come raggiunto, da ultimo nella guerra dei
12 giorni, affermazione evidentemente falsa, visto che è stato costretto
a ricorrere ad un nuovo conflitto a tale scopo; ha dichiarato che
l'obiettivo era quello di smantellare la dotazione missilistica
dell'Iran, ridimensionandone la dotazione e di voler quindi condizionare
le capacità offensive iraniane; ha dichiarato di voler aiutare il popolo
iraniano a ribellarsi alla dittatura degli Hayatolla, provocando la
caduta del regime e l'emergere di un governo favorevole agli interessi
degli Stati Uniti.
Ha omesso di dire, più verosimilmente, che l'obiettivo di fondo era
quello di attuare il disegno di Breziski concepito negli anni '90, che
ipotizzava per l'Iran (come per la Russia), la dissoluzione e la sua
suddivisione in più Stati a composizione etnica, in modo da renderne
impossibili le capacità di leadership regionale del paese, progetto
quest'ultimo largamente condiviso dal suo alleato israeliano.
Non è da escludere che con il passare del tempo e la persistenza del
conflitto, altri motivi verranno inventati dall'inquilino della Casa
Bianca: da questo punto di vista la sua fantasia è smisurata e le sue
capacità di mentire assolute.
Vi è inoltre da aggiungere che l'alleato israeliano persegue, come fine,
la realizzazione della cosiddetta "Grande Israele", ovvero l'espansione
dello Stato ebraico a danno della Siria, del Libano, e perché no,
dell'Iraq, con l'ambizione di raggiungere l'Eufrate, appropriandosi
delle ambite risorse d'acqua della regione e di divenire in assoluto la
potenza egemone nell'area, senza alcun contraltare.
Si dà il caso, però, che a questa ipotesi e a questo disegno si
oppongano non solo l'Iran, che ha tutte le intenzioni di restare unito,
e di contendersi non solo con Israele, ma anche con le medie potenze
dell'area l'influenza su tutto il Medio Oriente; ma anche la Turchia
che, è bene ricordarlo, è un paese NATO, ha un esercito che è il più
numeroso dell'intera Alleanza atlantica e il meglio armato, ha ambizioni
imperiali e ora, dopo gli eventi siriani e dopo aver pilotato il cambio
di regime, detiene il controllo della Siria e di fatto confina con lo
Stato ebraico. Non solo, ma di fronte a questo progetto, la Turchia ha
tutto l'interesse a favorire l'integrità dell'Iran, considerato che
dalle sue ceneri potrebbe nascere rione di un'entità curda che farebbe
da catalizzatore per i curdi iracheni e soprattutto i 2 milioni di curdi
che vivono in Turchia, ne sono prova le dichiarazioni di Erdogan sulla
politica di Netanyahu, definito un pericolo per l'umanità.
Altro attore regionale da non trascurare è l'Arabia Saudita, peraltro
forte del legame privilegiato con il Pakistan, che è una potenza
atomica, a suo tempo finanziata proprio dall'Arabia Saudita per
realizzarla. Per questo motivo i sauditi non hanno nessuna intenzione di
porsi in una posizione subordinata rispetto agli altri due contendenti
che abbiamo menzionato. Né possono essere sottovalutati gli interessi e
le intenzioni dell'Egitto che, è bene ricordarlo, è uno degli Stati
demograficamente più numerosi dell'area, nonché dei tanti Stati del
Golfo Arabico che fanno agio sulla loro potenza economica e finanziaria,
appena scalfita, ma non distrutta, dalla guerra in corso.
Non è poi da sottovalutare il fatto che quanto è avvenuto con
l'estensione del conflitto da parte dell'Iran alle basi statunitensi
presenti in questi paesi, che avrebbero dovuto costituire per loro una
garanzia di sicurezza, è entrato in crisi, forse irreversibile, l'intero
sistema di sicurezza USA nell'area. Ricchi ma non stupidi, le posticce
monarchie del Golfo hanno potuto constatare che gli USA di fronte
all'attacco iraniano gli Stati Uniti hanno anteposto alla loro difesa
quella dello Stato ebraico. Questo dato di fatto sta inducendo molti a
riflettere sull'opportunità di mantenere la "protezione" e l'alleanza
dagli Stati Uniti, posto che essa non offre alcuna garanzia di sicurezza
e, anzi, mina la stabilità sociale rispetto alle popolazioni,
schierandosi contro i loro interessi. Questi paesi potrebbero concludere
che forse è venuto il tempo di guardare in altra direzione per
assicurarsi il sostegno sufficiente a soddisfare le loro esigenze, con
la rimessa in campo a tutto tondo del ricorso alla Russia e/o alla Cina,
nonché all'India, potenza emergente, come sembra stia già avvenendo
mentre il conflitto è ancora in corso.
Le difficoltà nelle quali si trova la coalizione Epstein sono del tutto
evidenti, prova ne sia che di fronte alla chiusura iraniana dello
stretto di Hormuz, Trump ha provato a chiedere la formazione di una
coalizione di paesi "interessati a tenere aperta la navigazione",
invitando alla formazione di una squadra navale congiunta, non tanto
perché la marina militare USA non riesce a fare da sola, ma perché per
la prima volta gli Stati Uniti vanno in guerra senza il sostegno
politico e la collaborazione dei sudditi, certificando che l'impero è
così debole che non riesce a costringere i suoi valvassori a fare da
carne da cannone e a fornire truppe ausiliarie. Da qui il ricorso
all'arroganza per mascherare l'isolamento, le minacce inviate per il
tramite di squallidi personaggi, quali il Senatore e faccendiere Lindsey
Graham e il tentativo di portare in guerra la NATO, cercando di
utilizzare a fronte della mancanza di autorizzazione dei paesi europei,
una base NATO dell'Alleanza, situata in Romania ma controllata dagli USA
per alimentare il conflitto e bombardare, trasformandola in bersaglio
legittimo degli iraniani.
Malgrado tutto questo Trump insiste nell'errore e pensa ad un intervento
dei marines per uno sbarco che porterebbe le truppe USA al massacro e
gli Stati Uniti ad impegnarsi in una guerra infinita del tipo del
Vietnam o dell'Afganistan, come Netanyahu vorrebbe. Un eventuale sbarco
terrestre sul territorio iraniano che si tratti di un'isola del Golfo
Persico o a maggior ragione della costa, metterebbe gli statunitensi a
mal partito, dovendo affrontare un esercito di 2 milioni di uomini. Gli
statunitensi e Trump hanno sottovalutato l'effetto coesione interna in
caso di guerra e la vocazione al martirio come scelta etica di vita
giusta, che è parte essenziale dello sciismo, in particolare.
La mediazione
A questo punto l'ipotesi più probabile ed auspicabile è quella di una
mediazione da parte della Russia o della Cina o da ambedue, che consenta
l'accettazione di un cessate il fuoco e la stipula di una tregua, che
lasci le parti sulle rispettive posizioni, con l'apparente risultato che
nessuno ha vinto e nessuno ha perso. Ipotizzare un qualche ruolo
dell'Unione Europea è del tutto impossibile, stante il personale
politico che la dirige: soggetti come la von der Stupid o Kretina Kaja
Kallas sono silenti e assenti, a causa della loro mancanza di
credibilità e della loro palese inettitudine anche se i paesi europei
sono, insieme a quelli asiatici, quelli maggiormente sono danneggiati da
questa guerra.
Quel che è certo è che, resistendo all'attacco congiunto
israelo-statunitense, l'Iran ha già vinto una prima parte della sua
battaglia che si concretizzerà inevitabilmente, alla cessazione delle
ostilità, con la costruzione dell'atomica, come strumento di garanzia e
indipendenza (come è avvenuto per la Corea del Nord, il Pakistan e
l'India) e nella definitiva alleanza con Cina e Russia, consentendo a
questa alleanza il controllo strategico sull'Asia, con proiezione verso
l'Europa e il Medio Oriente.
A questa alleanza l'Iran potrà portare in dono lo smantellamento del
sistema di sicurezza statunitense, costituito dall'insieme delle basi
che gli USA hanno disseminato in tutta la pellicola arabica e nel Medio
Oriente. Non solo, ma chi si fiderà più di avere gli Stati Uniti come
degli interlocutori credibili, visto che hanno assunto l'abitudine di
bombardare durante le trattative. Non c'è che dire, un gran risultato!
Tutto questo senza parlare dei costi economici del conflitto per gli
Stati Uniti e la loro dissestata bilancia dei pagamenti, spese delle
quali Trump dovrà dare conto al paese in occasione delle elezioni di
medio termine che si svolgeranno a settembre negli Stati Uniti.
Anche se al momento non si vedono le modalità con le quali Trump può
trarsi fuori dal ginepraio nel quale si è cacciato, il conflitto non può
continuare all'infinito per ragioni tecniche, ovvero per l'esaurirsi di
armamenti, di intercettori di droni e missili, per l'usura alla quale è
sottoposta l'aviazione sia statunitense che israeliana. L'occasione
potrebbe essere data dall'invasione del Sud Libano da parte di Israele,
iniziativa non a caso intrapresa non solo per colpire Hezbollah, ma per
impossessarsi di un altro fazzoletto di terra da collocare nel mosaico
di costruzione della "Grande Israele", insieme ai territori siriani già
occupati, portando nel contempo a compimento la definitiva acquisizione
della Cisgiordania e l'espulsione dei palestinesi. Questa strategia
israeliana inaugura il conflitto con la Turchia, contribuendo a
ridisegnare gli equilibri politici nel Medio Oriente.
La Redazione
https://www.ucadi.org/2026/03/28/la-guerra-e-i-nuovi-equilibri-geopolitici/
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