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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #6-26 - Se non è il maggiordomo è l'anarchico. La seducente pista anarchica (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 2 Apr 2026 09:27:27 +0300
"Due sole cose sono certe nella vita: la morte e le tasse". Anche alla
luce degli ultimi fatti di cronaca, questa celebre frase necessita
decisamente di un aggiornamento: all'elenco dei fatti ritenuti
indubitabili manca infatti la consueta ed eternamente attuale "pista
anarchica", un intramontabile classico, che si abbina con tutto e non
passa mai di moda, perfettamente indicato sia per cerimonie pubbliche
come manifestazioni di piazza, sia per eventi più esclusivi come
anomalie ferroviarie.
Nel grande supermercato della disinformazione i titoli in prima pagina,
gli editoriali dei mezzi di distrazione di massa, i servizi della grande
distribuzione giornalistica sono sempre solerti nello scongelare
prodotti preconfezionati e pronti all'uso; e tra questi, chissà per
quale arcano motivo, la sedicente matrice anarchica di ogni incidente è
da sempre uno di quelli maggiormente richiesti, a più lunga
conservazione e con la data di scadenza rigorosamente non indicata.
Viene da chiedersi, vista l'estrema, generalizzata e capillare
diffusione di queste fantomatiche truppe anarchiche, in grado, grazie al
loro numero esorbitante e alla loro innata capacità di partecipare e
condizionare in maniera così incisiva ogni evento, come possano ancora
esistere confini, eserciti, proprietà privata, autorità e stati.
La storia è purtroppo un interminabile stillicidio di responsabilità
scaricate su anarchici innocenti per coprire i reali colpevoli e gli
insospettabili mandanti di fatti e stragi terribili: basti qui
ricordare, solo per citarne alcuni, Sacco e Vanzetti, Pinelli, i martiri
di Chicago, Ferrer i Guàrdia o i cinque della Baracca.
Sarebbe sin troppo facile, e anche non del tutto fuori luogo,
crogiolarsi nel vittimismo più spicciolo, indugiare nella retorica del
martirio, chiudersi in una sorta di "sindrome da Calimero", ma questo,
oltre a non rendere giustizia a chi ha pagato con la vita per difendere
le proprie idee e lottare per un mondo migliore, rischierebbe di non far
apparire in tutta la loro evidenza i meccanismi che sottendono questo
tipo di sospetti prontamente tirati in ballo ogni volta che il "potere"
sente il bisogno di stringere le proprie fila, ricompattarsi, difendere
i propri interessi e nascondere le proprie inadeguatezze.
È lecito, e doveroso, a questo punto domandarsi quali siano le ragioni
per le quali la sedicente pista anarchica diventi così seducente, tanto
da essere, immancabilmente, l'opzione privilegiata da dare in pasto
all'opinione pubblica.
La prima motivazione pare abbastanza ovvia, si tratta del noto principio
dell'arte dell'illusionismo applicato alla politica: così come il mago
induce lo spettatore a guardare dove non succede nulla in modo che non
veda dove accade tutto, così il potere sposta l'attenzione dalle proprie
inadeguatezze, insuccessi, promesse non mantenute, inefficienze,
fallimenti e, con un colpo ad effetto, accende i riflettori su altro,
distraendo lo "spettatore" che molto spesso, come nei giochi di
prestigio, non vuole conoscere la verità, ma desidera essere ingannato.
Questo vale sia per ambiti specifici e circoscritti: inefficienza
nell'ordine pubblico, ritardi nei trasporti, criticità nella sanità e
nell'istruzione, tutela ambientale, emergenza edilizia, situazione
carceraria; sia per politiche più generali: economia bellica,
posizionamento nel risiko internazionale, immigrazione, sudditanza verso
le grandi multinazionali e il potere economico.
A questo si aggiunge, ovviamente, l'espediente della creazione del
nemico interno, impersonificato da coloro che "non vogliono il bene
della patria"; che osano contestare i principi cardine su cui è basata
la "civile sudditanza"; che non prendono a prestito la testa di nessuno
per elaborare pensieri; che hanno opinioni differenti da quelle
"lecitamente approvate"; che, per dirla con Benni, non si assoggettano
all'invito "siate maggioranza", intesa qui non in senso parlamentare ma
esistenziale.
A sua volta, la creazione e individuazione di questo nemico interno, la
sua messa alla gogna mediatica e al pubblico ludibrio, fornisce la
motivazione ineccepibile e "democraticamente necessaria" per tutta una
serie di provvedimenti restrittivi e di pubblica sicurezza che
colpiscono selettivamente tutto ciò che è "altro" rispetto alla
narrazione ufficiale. Impedita di fatto ogni manifestazione di dissenso,
critica, contestazione e comportamento alternativo, che vengono
automaticamente dichiarati fuorilegge, non consentiti e repressi, coloro
che non si rassegnano all'impossibilità di esprimere e portare avanti le
proprie idee tornano ad essere i famigerati e a noi cari "malfattori",
in un corto circuito che si autoalimenta senza soluzione di continuità.
Il nemico interno svolge anche una funzione più sottile, ma
contemporaneamente più impattante, nell'addomesticamento del pubblico e
nel suo arruolamento come primo difensore del potere, a tutto scapito
del proprio interesse sia personale che collettivo: il dissenso e la
contestazione vengono demonizzati e fatti apparire come la causa del
male, senza che le cause del disagio e le condizioni reali che hanno
portato alle proteste vengano analizzate né tantomeno rimosse; si
preferisce, come sempre, affrontare i "sintomi" e lasciare che la
malattia non venga curata; si trasformano le vittime in carnefici, i
violentati (dal sistema) in violenti, gli oppressi in oppressori o,
molto più semplicemente e cinicamente, si sceglie di non vederli, di
farli scomparire, di trasformarli in intoccabili paria.
Molte, se non tutte, queste considerazioni appaiono abbastanza ovvie,
tanto da far sembrare un esercizio quasi inutile elencarle e
sottolinearle; viene tuttavia da chiedersi per quale motivo, essendo
così banalmente evidenti, i meccanismi sopra descritti rimangano tanto
resistenti, efficaci e attivi, quanto apparentemente celati e di così
difficile comprensione. Un ruolo più che significativo in questa
dinamica è indubbiamente svolto dai mass media e più in generale da
quella che un tempo si sarebbe chiamata intellighenzia o élite
culturale; dall'elaborazione intellettuale, dall'analisi della realtà e
dalla critica sempre più assoggettata alle regole del mercato; dal clima
che contribuisce a creare nel "pubblico pagante" e dal quasi totale
distacco, al limite dell'inconciliabile, dalla situazione reale delle masse.
Sarebbe impossibile qui affrontare, in maniera anche solo abbozzata, le
problematiche sopra menzionate; basti allora accennare che siamo immersi
in un mondo sempre più virtuale, dominato dall'apparenza e
dall'autoreferenzialità; allo stesso tempo sempre più digitalmente
connesso e irrimediabilmente disconnesso da una comunità "in carne e
ossa". Un mondo nel quale ogni notizia diventa merce e acquista un
valore solo in base alla sua vendibilità; dove la velocità diventa
elemento imprescindibile a scapito della riflessione e dell'analisi
accurata; dove l'infinita produzione e l'illimitato accesso a ogni tipo
di notizia si traducono in "nessuna notizia"; dove ogni fatto, sia esso
reale o inventato, è valutato in funzione delle reazioni che produce e
del consenso che induce; dove l'impressione suscitata è il solo effetto
importante, e quindi diventa fondamentale il metodo di comunicare
piuttosto che quello che viene comunicato. Un mondo dove il confine tra
realtà e finzione (artificialmente costruita) è sempre più sfumato e
sempre meno rilevante. In questo senso la continua ripetizione abbinata
delle parole "anarchici" o "antagonisti", e "attentato", "ordigni",
"scontri", "incidenti", "disordini", proprio in virtù della
superficialità dell'informazione data; del martellamento continuo e
ipnotico dei termini; dell'ostentata aggiunta di immagini cruente e
violente, spesso e volentieri estrapolate dal contesto; della continua e
incessante e ossessiva reiterazione della dicotomia "noi e loro": tutto
questo contribuisce alla creazione di quel clima di populismo
paternalistico congeniale alla coltura di individui pronti a schierarsi
a difesa di coloro che in realtà li assoggettano e li sfruttano, o,
tutt'al più, a rimanere indifferenti, a isolarsi, cercare di
sopravvivere senza complicazioni, a ritenere immodificabile lo stato di
fatto.
In questo senso la partecipazione alla creazione del clima di aperta
ostilità nei confronti dei "perturbatori della quiete pubblica" è
equamente condivisa da tutto l'arco dello schieramento della politica
istituzionale, sia essa di governo o di opposizione.
Entrambi infatti lottano per accaparrarsi quote di "mercato-consenso",
recitando la parte che il comune copione prevede: difensori della
legalità contro ogni elemento disturbatore i primi; sostenitori di ogni
forma di protesta "civilmente" manifestata i secondi. Entrambi schierati
a difesa del sistema che contribuiscono a perpetuare, entrambi pronti a
immolare a difesa dei loro privilegi coloro che, non essendo un target
di mercato a cui vendere le loro bugie per riceverne in cambio voti,
risultano sacrificabili.
Sebbene le accuse verso gli anarchici siano, e siano sempre state, prima
di tutte strumentali e provengano da chi si fa sostenitore e complice
dello sfruttamento economico, del potere autoritario, gerarchico e
arbitrario di una classe su un'altra, delle guerre tra stati,
dell'indifferenza interna e internazionale; rimane una certa
frustrazione nel vedere continuamente banalizzati e ridotti a una sorta
di caricatura un movimento, un'idea e individui che da sempre si
battono, lottano, si ribellano e vivono per realizzare una società
pienamente libera e finalizzata alla completa realizzazione delle
aspirazioni di ognuno, dove convivenza, mutuo appoggio, autonomia siano
garantite non dalla prepotenza della legge imposta arbitrariamente da
un'autorità, ma dallo spontaneo accordo di soggetti liberi.
È per questo che non crediamo che "la nostra libertà finisca dove inizia
quella degli altri", noi non vediamo negli altri un limite, non siamo in
competizione per accaparrarci una maggiore fetta di libertà a discapito
di altri soggetti.
Noi vediamo nella libertà dei nostri pari un elemento imprescindibile
per accrescere la nostra libertà; siamo individui, ma diventiamo liberi
solo collettivamente: "la nostra libertà è tale e si sviluppa solo
grazie alla libertà degli altri". Come sosteneva Bakunin, unendo idea e
azione: "Nessun uomo può emanciparsi altrimenti che emancipando con lui
tutti gli uomini che lo circondano".
Alessandro Fini
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