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(it) Italy, FDCA, Cantiere #41 - Riflessioni sull'andamento della lotta sindacale: contratto dei meccanici e dintorni - Cristiano Valente (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Wed, 11 Mar 2026 09:14:18 +0200
Siamo stati facili profeti quando sullo scorso numero di questa rivista
indicavamo la possibilità che anche il contratto dei metalmeccanici si
chiudesse rovinosamente per la categoria storicamente più combattiva
della classe operaia italiana. La sconfitta subita sui referendum
proposti dal gruppo dirigente della CGIL sul Jobs Act, pochi mesi prima
della chiusura contrattuale tra Federmeccanica, FIOM, FIM e UILM,
certifica oltremodo la debolezza complessiva del movimento operaio, ma
soprattutto certifica l'inefficacia di una strategia politica sindacale
che, deviando la sua azione dal terreno della lotta di classe a
iniziative su un terreno istituzionale e parlamentare, tradisce la sua
missione principale come organizzazione di resistenza e di miglioramento
delle reali condizioni salariali e normative nei posti di lavoro al fine
di modificare i rapporti di forza fra padronato, governo e masse
lavoratrici, e inevitabilmente non esprime alcuna egemonia in settori
larghi della società, quali quelli che necessitano per vincere
eventualmente un quesito referendario.
La cocciuta volontà da parte delle dirigenze sindacali, CGIL in testa,
di non unificare il fronte di lotta sul terreno dei salari nonostante il
continuo strapparsi le vesti per la loro riduzione, nei comizi o nei
talk show, sommandosi alla scelta oramai definitiva di collaborazionismo
con l'attuale governo da parte della CISL e l'ulteriore sganciamento
della stessa UIL, e al minoritarismo e settarismo dei gruppi dirigenti
del sindacalismo di base, ammalati anch'essi di "cretinismo
parlamentare" seppure in versione omeopatica rispetto alla stessa CGIL,
determinano una desolante, pericolosa e grave situazione del movimento
dei lavoratori e lavoratrici, nonché delle nuove generazioni. Il
contratto dei meccanici si chiude con aumenti che arrivano a recuperare
solo il 9% dell'inflazione a fronte del 18% reale, con un allungamento
della sua durata, portata da tre a quattro anni. La sua valenza infatti
sarà fino al 30 giugno 2028, mentre il precedente contratto era scaduto
dal giugno 2024. L'aumento mensile previsto è di 177,62 euro al livello
C3 (ex quinto livello); 53,17 euro dal 1º giugno 2026, 59,58 euro il 1º
giugno 2027 e 64,87 euro il 1º giugno 2028. Esattamente la cifra (170
euro) che Federmeccanica aveva già indicato e che fu motivo di una prima
rottura delle trattative. La cifra di 205,32 che viene truffaldinamente
indicata è comprensiva della quota di 27,70 già maturata a giugno 2025,
che non c'entra con il rinnovo contrattuale in quanto rappresenta la
normale determinazione dei minimi tabellari riferiti alla dinamica
dell'inflazione relativa all'anno 2024 misurata con l'indice IPCA al
netto degli energetici importati, risultata pari all'1,3%, come
comunicato dall'ISTAT. La richiesta iniziale di FIOM, FIM e UILM era di
280 euro in tre anni, quindi siamo sotto di oltre 100 euro dalla
richiesta iniziale; inoltre l'aumento di 177,62 euro lordi è previsto al
livello C3, ma la maggioranza operaia è inserita nel livello C1 (ex
terzo livello). In più la risibilità di questi aumenti è oltremodo
aggravata dalla non prevista esclusione della prassi padronale della
assorbibilità dei super minimi collettivi e individuali, che potranno
rendere nulli o quasi i pochi aumenti tabellari previsti. Sulla
riduzione d'orario non solo non è stato ottenuto alcun risultato, avendo
previsto esclusivamente una commissione nazionale paritetica (ah!), ma
vi è stato un ulteriore arretramento. Le imprese hanno ottenuto
ulteriore flessibilità degli orari, con un ampliamento da 80 a 96
ore/anno previste per l'orario plurisettimanale, potendo arrivare a 48
ore massime settimanali, mentre le 16 ore eccedenti le prime 80 sono
maggiorate solo di un 8% e non retribuite come ore straordinarie.
L'innalzamento a 128 ore del tetto tra plurisettimanale e straordinario
in quote esenti, cioè anch'esse non maggiorate come prestazione
straordinaria ma al solo 8% in più delle ore normali per le aziende con
più di 200 addetti, e addirittura 136 ore per le imprese con meno di 201
lavoratori, cioè quelle più piccole. Inoltre delle 13 giornate di
permessi retribuiti (PAR) di cui 5 erano a disposizione delle imprese,
per le eventuali chiusure collettive o periodi di cassa integrazione
previste, ora diventano 7. Quindi abbiamo regalato altre 16 ore al
padrone. Per quanto riguarda la durata massima dello staff leasing, cioè
di quei lavoratori a contratto di somministrazione, seppure a tempo
indeterminato in carico alle Agenzie del Lavoro e non all'azienda,
fissata dal nuovo contratto a 48 mesi (quattro anni), obiettivo
rivendicato con grande enfasi e soddisfazione da parte delle strutture
sindacali, basti pensare che per l'attuale giurisprudenza il limite
previsto per i contratti a tempo determinato è di soli 24 mesi (due
anni). Infine si è posto fuori dalle riflessioni e dalle discussioni dei
gruppi dirigenti sindacali di categoria la questione del welfare
aziendale e dei flexible benefit, mentre la rottura con Federmeccanica
si verificò proprio su questo aspetto, la quale si disse disponibile a
introdurre quote ancora più pesanti e significative del risultato finale
ottenuto. Si è infatti aumentato la quota di welfare aziendale
portandolo da 200 a 250 euro all'anno, senza alcuna riflessione, oramai
ineludibile, sulla contraddittorietà di questi istituti con la difesa
della sanità pubblica universale che pure dalle dirigenze sindacali
viene continuamente richiamata. Come i nostri lettori bene sanno,
abbiamo già molte volte indicato nei nostri precedenti articoli
particolari maggiori rispetto alla funzione di vero e proprio cuneo che
queste forme assistenziali private assumono e hanno assunto per la
sanità pubblica. Ma ciononostante da parte del gruppo dirigente
nazionale non solo non si sostiene, quanto meno una sua costante
riduzione se non un vero e proprio stop a queste forme di assistenza
privata, ma si rinuncia di fatto a una battaglia classicamente sindacale
che mobiliti in prima persona la categoria alla sua difesa, prospettando
un'ulteriore raccolta di firme su una iniziativa di legge popolare sulla
sanità pubblica.
Ancora una volta si sceglie la via politica istituzionale parlamentare
senza per altro avere una chiara posizione sulla questione del welfare e
di tutta quella materia che interessa gli enti bilaterali, per cui non
casualmente la proposta di legge, seppur annunciata dal novembre scorso,
ancora tarda a manifestarsi come reticolato organico oltre non averlo
affatto discusso con i lavoratori a partire dai diretti interessati, i
lavoratori della sanità pubblica. Tutto ciò e il tristissimo epilogo
della contrattazione della categoria dei metalmeccanici, che avrà la sua
finale consultazione nei giorni 18-20 febbraio 2026 attraverso un
referendum certificato, in cui auspichiamo ci sia una netta contrarietà,
ci porta a considerare l'attuale strategia complessiva
dell'organizzazione sindacale CGIL, non solo fortemente deficitaria ma
di fatto subalterna. Dopo lo sciopero generale del 12 dicembre indetto
dalla sola CGIL che non ha portato a casa niente, la sua massima
espressione organizzativa, cioè l'assemblea generale nazionale, ancora
si è espressa per un impegno dell'organizzazione nel Comitato per il No
al referendum sulla giustizia, iniziativa presentata lo scorso 10
gennaio a Roma. Abbiamo già avuto modo di dire che questo scontro fra
magistratura e governo è una battaglia che non ha alcun reale
significato per le masse lavoratrici tant'è che da parte del Segretario
Generale, nel suo intervento si afferma correttamente che «se parli oggi
di separazione delle carriere spesso non sanno di che cosa stai
parlando»,[1]ma cercando di convincere sulla bontà e necessità della
battaglia referendaria buffamente, per non dire tragicamente, usa gli
stessi argomenti della maggioranza governativa, puntando sul «non
funzionamento della giustizia, perché spesso le persone vivono su di sé
tante volte questa situazione»[1]quando è chiaro ai più che con
l'eventuale miglior funzionamento dei tempi della giustizia questa
riforma non c'entra niente. Ciò significa che per il 2026 fino a fine
marzo prossimo l'organizzazione sarà impegnata per il No al referendum
sulla riforma della giustizia e forse inizierà questa raccolta di firme
per l'iniziativa di legge popolare sulla sanità, come se la finanziaria,
contro la quale abbiamo scioperato il 12 dicembre, non abbia definito
oltre modo alcuni passaggi altamente significativi per il padronato e il
governo su cui non si capisce (o forse sì) perché non venga presa una
posizione chiaramente contraria, come per esempio il passaggio di fatto
dell'obbligatorietà, attraverso il metodo del silenzio assenso, ai fondi
pensione per tutti i nuovi assunti dal 1º luglio 2026. Su questo
particolare aspetto, così come sulla questione sanitaria, come prima
affermato, ci dovrebbe essere una grande e franca discussione che il
movimento operaio e dei lavoratori dovrebbe fare, in particolar modo
oggi che i fondi pensione stanno investendo nelle industrie militari. Ma
tornando alle nostre riflessioni sulla questione sindacale, potremmo
dire che fino alla prossima estate non saremo impegnati come movimento
dei lavoratori e lavoratrici in alcuna reale piattaforma sindacale di
rivendicazioni concrete, e non volendo assolutamente essere di cattivo
auspicio se il referendum sulla giustizia sarà, come probabile, vinto
dal governo sarà un'ulteriore sconfitta di questo gruppo dirigente, il
quale dovrebbe francamente porsi alla disponibilità di una feroce
autocritica che in parte dirigenti e settori sindacali esprimono[2]ma
che evidentemente l'inerzia della macchina organizzativa e burocratica
di una struttura quale la CGIL ancora impedisce. Immaginiamo invece cosa
potrebbe accadere se quella capacità organizzativa messa in moto durante
i comitati a favore della campagna referendaria contro il Jobs Act, con
le migliaia di assemblee pubbliche svolte, i banchetti e volantinaggi
nei posti di lavoro e nelle maggiori piazze e mercati, fosse la nostra
prassi e quella delle Camere del Lavoro, su un programma di pochi ma
chiari obiettivi sindacali, quali reali aumenti salariali, prospettando
il recupero di una sorta di scala mobile dei salari che non sia l'indice
IPCA, disdettando l'accordo interconfederale con Confindustria, il
"Patto della Fabbrica", che appunto lega questo indice agli aumenti
salariali contrattuali, per una difesa della sanità pubblica che non
passi attraverso i fondi o le assicurazioni, ma nel maggior
finanziamento della sanità pubblica, mobilitando costantemente la
categoria. Queste indicazioni e questa prassi caratterizza la nostra
militanza nella lotta di classe.
Note
[1]Stefano Iucci, Referendum, Landini lancia la sfida per la democrazia:
"Insieme si vince", «Collettiva», 10/01/2026
(https://www.collettiva.it/speciali/referendum-giustizia/referendum-giustizia-landini-hzsnzklk)
[2]Andrea Ranieri, Francesco Sinopoli, Democrazia, lavoro e sindacati
dopo i referendum, «Centro per la Riforma dello Stato», 20/06/2025
(https://centroriformastato.it/democrazia-lavoro-e-sindacato-dopo-i-referendum).
L'intervento è stato presentato da Francesco Sinopoli anche al seminario
Rappresentanza, conflitto, partecipazione: quale sindacato confederale?
della Camera del Lavoro di Livorno il 28 luglio 2025.
https://alternativalibertaria.fdca.it/wpAL/
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