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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #6-26 - Corpi invisibili. Abbattere la discriminazione - conquistare la salute (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Wed, 4 Mar 2026 10:01:27 +0200
La scienza moderna si presenta come un sapere universale, capace di
descrivere l'essere umano nella sua interezza. Eppure, la sua storia
racconta qualcosa di diverso: per secoli la ricerca medica ha costruito
le proprie certezze assumendo il corpo maschile come modello di
riferimento. ---- Il corpo femminile è stato a lungo subordinato a una
visione paternalistica che lo ha ridotto a oggetto di controllo
maschile. Questo paradigma non ha riguardato solo la sfera sociale e
culturale, ma ha attraversato anche la ricerca scientifica. Emblematiche
sono le vicende di Anarcha Westcott e di Henrietta Lacks. La prima,
giovane donna afroamericana schiavizzata nell'Ottocento, fu sottoposta a
ripetuti esperimenti ginecologici da parte del cosiddetto "padre della
ginecologia moderna", sulla base della convinzione razzista che le donne
nere provassero meno dolore. La seconda, donna statunitense
afroamericana morta a causa di un tumore, fu privata in vita del
consenso sul prelievo delle proprie cellule, poi divenute fondamentali
per la ricerca biomedica. Le loro storie mostrano come il sapere medico
si sia spesso costruito sul corpo femminile trasformato in terreno di
prova e sfruttamento, più che riconosciuto come soggetto portatore di
diritti, soprattutto quando appartenente a gruppi marginalizzati.
Questi casi si inseriscono in una tradizione più ampia di abuso e
sperimentazione non etica sulle donne afroamericane negli Stati Uniti.
Tra il 1920 e il 1970, migliaia di donne nere subirono sterilizzazioni
forzate. Le cosiddette "Mississippi appendectomies" erano isterectomie
non necessarie e non consensuali eseguite in ospedali universitari,
talvolta come esercitazione per studenti di medicina o come strumento di
controllo della natalità nella popolazione nera. Il corpo femminile, in
questo contesto, non era un soggetto da curare, ma una risorsa da
utilizzare.
Mentre alcune donne venivano sfruttate come oggetti di sperimentazione,
altre venivano sistematicamente ed istituzionalmente escluse dalla
ricerca. Per gran parte della storia della medicina moderna il corpo
maschile è stato considerato il modello universale dell'essere umano.
Nella ricerca di base, negli studi sugli animali e nei trial clinici,
uomini e maschi sono stati la norma, mentre il corpo femminile veniva
ritenuto troppo complesso o instabile a causa dei cicli ormonali. Il
risultato è una medicina costruita su dati incompleti, che non
rappresentano metà della popolazione.
Una tappa cruciale di questa esclusione risale al 1977, quando negli
Stati Uniti una linea guida della Food and Drug Administration (FDA)
raccomandò di escludere le donne in età fertile dalle prime fasi dei
trial clinici. La misura nacque come reazione agli scandali legati a
farmaci come la talidomide, responsabile negli anni Sessanta di gravi
malformazioni fetali. Nel tentativo di proteggere le potenziali
gravidanze, però, la norma finì per escludere di fatto tutte le donne
con capacità riproduttiva, incluse quelle che usavano contraccezione o
non erano sessualmente attive. La protezione si trasformò in cancellazione.
Per decenni, farmaci e dispositivi medici furono testati quasi
esclusivamente sugli uomini e i risultati estesi alle donne come se i
due corpi fossero identici, ignorando differenze biologiche legate a
ormoni, metabolismo e fisiologia. Solo nel 1993 la linea guida fu
revocata e il National Institutes of Health rese obbligatoria
l'inclusione delle donne nei trial finanziati con fondi pubblici.
Tuttavia, la semplice presenza numerica non garantì automaticamente
analisi differenziate: spesso i dati venivano aggregati, rendendo
invisibili le differenze nella risposta ai trattamenti.
Questa disparità non è soltanto un problema etico, ma ha avuto e
continua ad avere conseguenze concrete sulla salute delle donne. Farmaci
efficaci negli uomini possono risultare meno efficaci o più rischiosi
per le donne, o richiedere dosaggi differenti. Non a caso gli effetti
collaterali dei farmaci, una volta in commercio, sono più frequenti nel
sesso femminile: le donne sperimentano effetti avversi quasi il doppio
degli uomini.
Lo squilibrio è particolarmente evidente in cardiologia. Le malattie
cardiovascolari sono la prima causa di morte femminile, eppure le donne
sono meno rappresentate nelle sperimentazioni e meno riconosciute
clinicamente. Ne derivano ritardi diagnostici, minore accesso a terapie
adeguate e mortalità più elevata. È il fenomeno noto come Yentl
syndrome: le donne vengono curate correttamente solo quando presentano
sintomi tipicamente maschili. Il modello maschile continua a funzionare
come parametro implicito, e ciò che se ne discosta rischia di essere
trascurato.
Il problema si estende ad altre aree: endometriosi, sindrome dell'ovaio
policistico, malattie autoimmuni e complicanze della gravidanza restano
sottostudiate e sottofinanziate, nonostante il loro enorme impatto sulla
qualità della vita. L'endometriosi, che colpisce circa una donna su
dieci, può richiedere fino a dieci anni per essere diagnosticata. La
sindrome dell'ovaio policistico, oltre ad essere una delle principali
cause di infertilità, è un fattore di aumento del rischio
cardiovascolare, ma è stata considerata per decenni solo un disturbo
riproduttivo.
Negli ultimi anni sono state introdotte regolamentazioni più avanzate e
una crescente consapevolezza dell'importanza della medicina di genere.
Dal 2016, negli Stati Uniti, il National Institutes of Health impone ai
ricercatori finanziati dall'ente di considerare e analizzare le
differenze di sesso biologico anche nella ricerca preclinica e nella
sperimentazione animale.
Anche in Europa la prospettiva di genere è entrata progressivamente
nelle politiche della ricerca: i programmi quadro dell'Unione europea,
fino all'attuale Horizon Europe, richiedono l'integrazione della
dimensione di sesso e genere nella progettazione degli studi quando
rilevante. Organizzazioni internazionali, come l'Organizzazione Mondiale
della Sanità, hanno più volte sottolineato la necessità di colmare il
divario nella ricerca sulla salute femminile. Nonostante ciò, le
ricerche sulle patologie che colpiscono prevalentemente le donne
risultano meno finanziate rispetto ad altre aree.
In Italia, con la Legge 3/2018, la medicina di genere è stata
formalmente inserita nel Servizio Sanitario Nazionale, riconoscendo la
necessità di un approccio differenziato in prevenzione, diagnosi e
terapia. Nel 2019 è stato adottato un Piano nazionale per l'applicazione
e la diffusione della medicina di genere, con l'obiettivo di integrare
stabilmente questa prospettiva nella ricerca, nella formazione e nei
percorsi assistenziali.
Tuttavia, anche nel contesto italiano permangono limiti strutturali e
applicativi che ne riducono l'impatto concreto. L'implementazione è
disomogenea sul territorio: alcuni centri hanno sviluppato programmi
formativi strutturati, altri si affidano all'iniziativa di singoli
professionisti. Inoltre, l'insegnamento delle differenze di sesso e
genere nei corsi di laurea in medicina e nelle scuole di
specializzazione non è integrato nei curricula, ma in molti atenei si
tratta di moduli opzionali o seminari integrativi.
La disparità nei modelli sperimentali persiste soprattutto nelle fasi
precoci degli studi e nella ricerca di base, dove i modelli maschili
continuano a essere privilegiati per ragioni di semplicità e costo,
limitando la possibilità di sviluppare terapie realmente personalizzate.
L'esclusione storica delle donne dalla sperimentazione ha prodotto un
vuoto di conoscenza che si riflette ancora oggi nella pratica clinica
quotidiana: diagnosi tardive, terapie meno efficaci e una comprensione
incompleta di molte malattie. Il divario è ancora più marcato per le
donne appartenenti a gruppi marginalizzati - nere, migranti, LGBTQIA+ o
residenti in aree rurali - che affrontano ulteriori barriere economiche,
culturali e istituzionali nell'accesso alle cure. Le disuguaglianze
scientifiche si intrecciano così con quelle sociali, amplificandone gli
effetti.
Superare secoli di invisibilità e strumentalizzazione dei corpi
femminili richiede più di semplici quote di partecipazione. Serve una
trasformazione culturale che riconosca sesso e genere come variabili
scientifiche fondamentali. Superare questo squilibrio non è solo una
questione di rappresentanza, ma di qualità scientifica e di diritto alla
salute: colmare il divario significa costruire una medicina più precisa,
più sicura e davvero inclusiva.
Minerva
https://umanitanova.org/corpi-invisibili-abbattere-la-discriminazione-conquistare-la-salute/
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