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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #36-25 - Anarchismo del XXI secolo (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 24 Jan 2026 08:10:57 +0200
Sintesi della relazione presentata al Convegno di Carrara (11-12 ottobre
2025) nell'80° della FAI ---- Non essendo dotato di visioni profetiche,
sarà difficile ipotizzare quali forme assumerà l'anarchismo nel XXI
secolo, dipendendo ciò dal contesto geografico, culturale, politico,
sociale, temporale. Senza dubbio, le lotte per l'allargamento degli
spazi di libertà, di eguaglianza nelle differenze, di solidarietà -
individuale e collettiva - (anche e soprattutto tra estranei)
costituiranno sempre gli assi intorno ai quali ruoteranno le forme
specificamente idonee e le modalità conflittuali in base ai contesti
dell'anarchismo, meglio degli anarchismi.
Mi soffermerò in sintesi su tre scenari globali, affatto alternativi,
bensì intersecantisi ma non gerarchicamente discendenti, al cui interno
anarchiche e anarchici del XXI secolo si sforzeranno di individuare le
migliori forme di azione. Con tutta evidenza ce ne è un quarto, legato
alle questioni di genere, ma saranno altri contributi a prospettarci
fisionomie generali e specifiche e obiettivi contestuali di lotta.
Beninteso, tali scenari non escludono o ridimensionano gli ambiti di
lotta più comuni, più quotidiani, forse maggiormente locali, la cui
importanza è cruciale per il nostro radicamento sui territori in cui
viviamo. Tuttavia, a mio parere, saranno gli scenari globali a
"sovra-determinare" anche i conflitti locali o tradizionali, mutandone
forme e modalità e imprimendo torsioni a mio avviso non irrilevanti.
Il primo è il cambiamento climatico che muta le condizioni di vivibilità
sul pianeta, mettendone a rischio la sopravvivenza eco-sistemica, con i
rischi di deflagrazione di conflitti demografici, di spostamenti
migratori, di accaparramento violento di risorse (terra fertile, acqua),
ecc. Il nomadismo tipico (e persino originario) della specie umana non
potrà essere arrestato dalle frontiere statuali o dai confini
"naturali", tale sarà la pressione migratoria alla ricerca di migliori
condizioni di vita. Se non si inverte il ritmo di sfruttamento delle
risorse utili all'umanità (terra ed acqua, in primis), scoppieranno
sempre più conflitti cruenti, considerando che metà della popolazione
mondiale risulta in età lavorativa ed un quarto di essa in contesti
rurali dove insiste l'80% della povertà mondiale. Senza contare il
lavoro informale, oscuro e invisibile, che sfugge alle statistiche
dell'ILO o della World Bank. In tali condizioni, che sarebbe indegno
definire "emergenziali", talmente sono endemiche e reiterate dalle
dinamiche di potere e di disuguaglianza su scala mondiale, l'approccio
ai problemi non potrà che agganciarsi all'auto-organizzazione dal basso,
per mitigare gli effetti distruttivi delle attuali politiche climatiche
portate avanti da élites statuali e imprenditoriali senza scrupoli di
sorta. È da questa pratica solidale e auto-organizzata che si forgia un
ethos anarchico: una palestra di creatività nella soluzione orizzontale
di problemi che man mano si estenderà sino alla completa
ri-organizzazione della vita associata secondo pratiche e attitudini
libertarie. È quindi tempo che la vivibilità del e nel nostro pianeta
entri con determinazione nell'agenda politica dell'anarchismo sociale,
non potendo affatto contare di rientrare nel novero dei super-eletti che
trasmigreranno sulla Luna o su Marte al seguito di Elon Musk & soci...
Il secondo scenario globale è il ricorso alla guerra come sfida per
l'egemonia planetaria nel XXI secolo, con i rischi di annientamento
nucleare e di sterminio di massa. Già al calare dello scorso millennio,
molti studiosi americani si interrogavano su quale sarebbe stata la
potenza egemone nella seconda metà del XXI secolo, intravedendo nella
Cina e nei paesi suoi alleati (Russia inclusa) il competitor più
accreditato contro cui tessere politiche di contenimento e di
contro-bilanciamento aggressivo. Non è difficile immaginare lo stesso in
Cina, solo che analisi e studi non sono facilmente accessibili e per di
più leggibili. Del resto, nella storia non si sono mai date successioni
di egemonia globale in maniera tranquilla e pacifica, tutt'altro. Non a
caso, quindi, e non da oggi, assistiamo ad una militarizzazione
crescente delle società che già ha per effetto diretto una disgregazione
dei "diritti", a suo tempo duramente conquistati, pur senza perdere la
finzione della rappresentanza (pseudo)democratica, con la riduzione
degli stati di diritto ad autocrazie elettorali-parlamentari. Libertà di
azione, di parola, di espressione, di stilizzare la propria vita come
meglio si crede, di adottare usi e costumi non conformistici, sono tutte
pratiche strappate con fatica dalle generazioni precedenti e, in taluni
casi, da quelle viventi. Che siano costituzionalizzate o tradotte in
norme giuridiche, poco importa: il diritto positivo concede e toglie in
base a maggioranze parlamentari più o meno rafforzate. Sarà la strada a
fare la differenza.
Con militarizzazione non dobbiamo né possiamo solo evocare la presenza
visibile dei segni del potere armato (esercito, forze di polizia,
armamenti, industrie belliche, ecc.). Dobbiamo curarci
dell'interiorizzazione di una cultura bellicista e bellicosa, che arma
le coscienze sin dalla più giovane età, incalzandole con modelli
violenti di risoluzione dei problemi quotidiani e di superamento degli
ostacoli in cui la vita ci fa imbattere ad ogni passo. Modelli culturali
in cui la violenza viene esaltata perché simulata - game over, e si
ricomincia -, la vita come un video gioco in cui si uccide e si viene
uccisi, ma poi si risorge in un combattimento illimitato e infinito. Non
a caso il video-gaming di intrattenimento alimenta e si alimenta a sua
volta dalle simulazioni militari, dagli armamenti autonomi e automatici
che trasformano la guerra nelle sue forme, anestetizzandone le ferite e
i traumi corporei per trasferirli in una sfera psichica. Questo almeno
per chi attacca da una posizione di supremazia tecnologica, non per chi
ne subisce gli effetti, come sa ogni vittima di guerra.
Non dobbiamo sottovalutare o minimizzare la militarizzazione ibrida che
dal cyberspazio si insinua sin nelle nostre tasche attraverso i
dispositivi digitali. Da questi ultimi passa non solo la sorveglianza
capitalistica a fini di marketing commerciale, ma anche e soprattutto il
controllo operato da governi e imprese private che ormai dispongono di
una infinità di conoscenze legate ai nostri gusti, alle nostre azioni,
alle nostre esperienze fisiche e virtuali, che sono trasformate in dati
numerici facilmente elaborabili dagli algoritmi sino a pervenire ad una
profilazione singolare di massa - non suoni contraddittoria - utile a
predire e addirittura a orientare i nostri comportamenti futuri.
Il che ci porta al terzo scenario globale, l'avvento delle tecnologie
digitali, e dell'IA in specifico, che rivoluziona letteralmente la
forma-di-vita delle nostre società, non soltanto negli ambiti del lavoro
vivo, sostituibile da robot e macchinari vari, non soltanto nelle
modalità di incanalamento delle opinioni "politiche" in occasioni di
appuntamenti elettorali. Lo sdoppiamento tra sfera corporea, "reale", e
dimensione "virtuale", i cui effetti sono ben altrettanto reali, si
intrecciano a vicenda delineando la formazione di una soggettività ben
diversa da quella cui siamo stati abituati sul terreno materiale delle
classi sociali e dell'equilibrio di forza tra poteri. In un'era di
individualismo estremizzato, propugnato e favorito dalle politiche
neo-liberali di questi ultimi decenni, la sfera collettiva si è
frantumata per "risuscitare" nel rapporto io-schermo del mio dispositivo
digitale; la socialità fisica è per certi versi evaporata a tutto
vantaggio di una "socialità" virtuale, gestita da piattaforme
proprietarie, al cui interno si attua una finzione di comunicazione e di
dialogo con altrettanti altri io, ognuno connesso con il proprio
schermo. Finzione di possedere un seguito di followers, di avere un
sacco di amici: in effetti siamo immersi senza saperlo in una bolla, al
cui interno risuonano le mie opinioni che diventano convincimenti non
appena le vedo confermate da altri che la pensano esattamente come me.
Fine del pluralismo di idee, escluse dalle camere dell'eco, fine
dell'emergenza del dissenso, fine del confronto dialettico tra diversi.
E quando queste espulsioni virtuali ritornano in vita nello spazio-tempo
dell'esistenza corporea, la disabitudine a relazionarsi con altri
differenti si trasforma in violenza gratuita, insensata, inaspettata se
non come forma "difensiva" di una psicologia monca di socialità reale,
proprio perché imbevuta di surrogati "social".
L'individualismo neo-liberale, traslocato per di più nell'universo
digitale, produce individui conformi, repliche diversificate di una
matrice macchinica di cui siamo diventati probabilmente protesi che ne
testano sperimentalmente i limiti ed i progressi tecnologici. Pensiamo
di essere noi ad utilizzare gli apparecchi, ma forse è esattamente il
contrario. Al di fuori di ogni comunità di riferimento, spaesati e
sballottati da una piattaforma ad un'altra, che tipo di soggettività
finirà per consolidarsi? Quale comunanza potrà dare luogo al comunismo
di beni e servizi? Quale soggetto critico e difforme potrà darsi nel
rapporto ormai sempre più incalzante tra umano e macchinico?
I nuovi modi attraverso i quali ci sentiamo soggetti di noi stessi,
consapevoli e critici della realtà, ci spingono ad approfondire e
diversificare gli strumenti di analisi, per cogliere nuove opportunità
di legami "social(i)" a partire dai quali poter ricostituire una forte
comunità destituente che sappia immaginare e pertanto sperimentare
utopie collettive organizzate sul perno dell'assenza di potere.
Salvo Vaccaro
https://umanitanova.org/anarchismo-del-xxi-secolo/
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