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(it) Comidad: le news del 27 novembre 2008

Date Fri, 28 Nov 2008 07:29:26 +0100



Comidad, le news del 27 novembre 2008
NEWSCOMIDAD
Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news
precedenti, può reperirle sul sito http://www.comidad.org/ sotto la
voce "Commentario" e all'indirizzo http://adhoc-crazia.blogspot.com/.
IL MILITARISMO DISFATTISTA DI IGNAZIO LA RUSSA
Dopo aver guidato l'assalto alla baionetta contro il governo Prodi, il
giornalista Michele Santoro ha trasformato la sua trasmissione
televisiva in un'attrezzata trincea a favore delle tesi
propagandistiche del governo Berlusconi, con il supporto di un
contraddittorio addomesticato, grazie al quale Brunetta e Gelmini
possono rifulgere di una luce di moralizzazione ed efficientismo. In
un'intera trasmissione sulla "riforma" dell'Università si è potuto
puntare tranquillamente i riflettori sugli "sprechi", senza un minimo
riferimento all'assalto affaristico attuato da Tremonti con la legge
133 nei confronti dei patrimoni immobiliari delle stesse Università e
dei beni demaniali ad esse in uso.
È lo stesso Santoro che negli anni passati, servendosi anche di
"documenti" audiovisivi sfacciatamente manipolati, ha accreditato il
pericolo del terrorismo islamico, al punto che oggi sorge il dubbio
che egli non sia soltanto un imbecille manovrato, ma un vero
infiltrato nell'ambito della cosiddetta opinione pubblica di sinistra.
D'altra parte la questione della sinistra che ha la sua ragion
d'essere nel fare da sponda alla propaganda di destra, non può essere
risolta esclusivamente con l'ipotesi dell'infiltrazione, dato che si
ha la sensazione che ormai la destra sia riuscita a costruirsi, con un
secolo di guerra psicologica, degli avversari fatti su misura per le
proprie esigenze di immagine.
Un governo coloniale e cleptocratico come quello attuale, non solo ha
potuto impugnare la bandiera della moralizzazione, ma anche quella del
rinnovato patriottismo, tramite la decisione del ministro della Difesa
Ignazio La Russa di ripristinare la festività del 4 novembre, data
della vittoria nella prima guerra mondiale.

Nel salottino di Bruno Vespa, il direttore di "Liberazione",
Sansonetti è andato a recitare la parte del disfattista, facendo da
comoda spalla per il fervore pseudo-patriottico di La Russa, al quale
non si è pensato di chiedere cosa ci sia di patriottico nel cedere
agli Stati Uniti interi pezzi del territorio nazionale, come sta
avvenendo per Giugliano in Campania, che sta diventando sede
dell'ennesima base NATO in Italia. Neppure si è chiesto conto al
ministro del comportamento degli occupanti statunitensi, i quali
attuano una guerra psicologica contro la popolazione campana,
diffondendo persino notizie allarmistiche sulle condizioni igieniche
dell'acqua del luogo; luogo da cui peraltro non manifestano la minima
intenzione di sfollare.

Le cose non sono andate meglio neppure con il ricorso a temi storici,
allorché lo storico Angelo del Boca, sempre su "Liberazione", ha
contrapposto al mito della vittoria di Vittorio Veneto, rilanciato da
La Russa, la presunta realtà della disfatta delle truppe italiane a
Caporetto, che nell'ottobre del 1917 subirono uno sfondamento da parte
di forze congiunte austro- ungariche e tedesche.

È possibile che la battaglia di Vittorio Veneto del novembre 1918 sia
stata montata dalla propaganda, per costruire il mito di una vittoria
militare laddove ci sia stata solo una ritirata dell'esercito
austro-ungarico in disfacimento, a causa dell'esplosione dei conflitti
nazionali interni. Ma questa possibilità non accredita automaticamente
il mito, molto più pervicace - tanto da diventare proverbiale -, di
Caporetto.

Tre anni fa anche lo scrittore Alessandro Baricco ha rilanciato l'idea
di una Caporetto come rivoluzione mancata, una grande ribellione
sociale e di massa contro la guerra. È il mito del disfattismo
rivoluzionario che ha suggestionato molti antimilitaristi. D'altra
parte non ci si può accontentare dei miti, ma occorre verificarli
storicamente, e l'ipotesi di Caporetto come ribellione dei soldati di
truppa non trova nessun riscontro: non un giornale o un volantino che
incitino all'insurrezione, non una testimonianza diretta a riguardo.

Neppure il numero esorbitante dei fucilati e incriminati per
diserzione costituisce in sé un dato significativo, dato che la prassi
degli ufficiali e dei carabinieri era "Nel dubbio, fucilare.", così
che finivano davanti ai plotoni di esecuzione dei semplici sbandati.
Alla fine della guerra, lo stesso comandante in capo, il generale
Armando Diaz, sollecitò un'amnistia per i disertori, per liberare i
tribunali militari da migliaia di processi per accuse ridicole, come
ritardi nel rientro dalle licenze; all'atto della promulgazione
dell'amnistia, Diaz si rimangiò poi quella sua posizione, ma ormai era
stato cooptato dai fascisti che gli avevano promesso il titolo
nobiliare di duca, e infatti anche Mussolini si era dimenticato di
essere stato anche lui fra quelli che avevano sollecitato l'amnistia.

Gli indizi concreti sulla nascita del mito di Caporetto come disfatta
e come ribellione, portano invece in tutt'altra direzione. Il primo a
enfatizzare pretestuosamente l'episodio di Caporetto, trasformandolo
da semplice disastro militare, per quanto grave, in un simbolo di
qualcos'altro, fu il pittore e poeta Ardengo Soffici, con il libro "La
Ritirata del Friuli" del 1919. Nel 1921 fu però il solito Curzio
Malaparte, con il libro "La Rivolta dei Santi Maledetti" a proporre
per primo l'ipotesi di Caporetto come rivoluzione mancata.

Il libro di Malaparte era molto abile, faceva anche riferimento alle
responsabilità degli alti gradi militari nel disastro - senza però
addentrasi nelle precise e dirette colpe del suo confratello massone,
il generale Pietro Badoglio, che avrebbe proseguito la sua
irresistibile ascesa - e, sebbene fosse basato solo su illazioni, ebbe
un grande effetto sulla sinistra socialista e comunista, che iniziò a
mitizzare le figure dei disertori, arrivando a candidarne alcuni alle
elezioni.

Ma il libro più famoso su Caporetto è certamente "Addio alle Armi", di
Ernest Hemingway, un romanzo pseudo-autobiografico del 1929, da cui fu
tratto anche un film con Gary Cooper nel 1932. Sennonché si è potuto
accertare dalle date del soggiorno di Hemingway in Italia, che questi
non ebbe niente a che fare con Caporetto, e che le sue fonti a
riguardo erano, manco a dirlo, Soffici e Malaparte.

Può significare qualcosa che Soffici e Malaparte siano stati entrambi
fascisti e massoni, interessati a sfruttare Caporetto come pretesto
per un regolamento di conti con la sinistra, indicata come
responsabile della disfatta. Se oggi Caporetto è in tutto il mondo più
famosa del Piave o di Vittorio Veneto, lo si deve alla propaganda
fascista, poiché a suo tempo il disastro di Caporetto non fu
considerato più rilevante di analoghi disastri militari su altri
fronti; tanto che il comandante supremo dell'esercito francese, il
generale Foch, venne in Italia dopo Caporetto non per offrire proprie
truppe al fronte italiano, ma per chiedere altre truppe italiane per
il fronte francese, cosa che ottenne.

La qualità morale dei due fascisti autori del mito di Caporetto può
essere anch'essa indicativa. Malaparte fu agente dell'OVRA, la polizia
segreta fascista, e, secondo la diretta testimonianza dell'anarchico
Camillo Berneri, partecipò alla caccia agli antifascisti rifugiati a
Parigi dal 1924; Malaparte fu coinvolto indirettamente anche
nell'omicidio di Matteotti, e durante la seconda guerra mondiale fece
parte dell'OSS statunitense (quello che sarebbe poi diventato la CIA).

Se Malaparte fu sempre coinvolto nelle operazioni più sordide e
ambigue di spionaggio e guerra psicologica, anche Ardengo Soffici non
ha brillato per qualità morali, ed è passato alla storia della
letteratura come persecutore del poeta Dino Campana, di cui fece
sparire i manoscritti originali delle sue poesie, per ostacolarne la
pubblicazione. Alla morte di Soffici, i manoscritti scomparsi furono
ritrovati proprio in casa sua.

Gli indizi storici conducono quindi da un'altra parte, e cioè alla
concreta prospettiva che il disfattismo rivoluzionario costituisca un
mito funzionale alla guerra psicologica ed alla intossicazione ed
eliminazione delle organizzazioni operaie.

Chi fosse poi realmente il disfattista, lo dimostrò Mussolini nel
1922, quando, come primo provvedimento del suo governo, abolì il
monopolio statale delle assicurazioni sulla vita, distruggendo così le
basi del sistema previdenziale a favore dei soldati, un sistema
assicurativo che era stato istituito dal governo Orlando proprio per
risollevare il morale delle truppe dopo Caporetto.

In effetti i veri episodi di antimilitarismo non si sono mai espressi
con il disfattismo, ma con la rivolta aperta, come avvenne per Augusto
Masetti, che, arruolato nel 1911 per la guerra coloniale di Libia, si
ribellò sparando al suo colonnello. Masetti divenne la figura-simbolo
della Settimana Rossa del 1914, e per il resto della vita, passata in
gran parte in carcere, continuò la sua attività antimilitarista,
finanziandola con i suoi modesti guadagni di operaio edile. Un mito
fittizio, come la rivoluzione mancata di Caporetto, ha finito perciò
per oscurare la memoria di una figura autentica di ribellione al
militarismo come quella del grande Augusto Masetti.

La mitologia militaristica e quella disfattistica, hanno perciò
origini comuni e, probabilmente, le stesse finalità di guerra civile
antioperaia. È tipico dei fascisti interpretare tutte le parti in
commedia, brandire la bandiera della patria e, al tempo stesso,
lavorare per il colonialismo straniero denigrando, calunniando e
demoralizzando il proprio popolo.

Non c'è nulla di strano quindi nel fatto che La Russa, mentre celebra
il 4 novembre, dispieghi i soldati contro la popolazione civile, per
coprire l'occupazione del territorio italiano da parte dei suoi
padroni statunitensi.

27 novembre 2008
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